Nel dibattito sulla cybersecurity aziendale l’attenzione tende quasi sempre a concentrarsi sull’attacco. Si parla di hacker, di vulnerabilità software, di malware sempre più sofisticati, di tecniche di intrusione che evolvono a ritmi vertiginosi. È una narrativa comprensibile, perché l’attacco è ciò che appare più spettacolare, più visibile e più facile da raccontare.
Eppure, osservando con attenzione gli incidenti di sicurezza più rilevanti degli ultimi anni, emerge con chiarezza un altro elemento molto meno mediatico ma decisamente più determinante: l’eccesso di privilegi all’interno delle organizzazioni.
In molte aziende, infatti, il vero problema non è tanto l’ingresso di un attaccante nel sistema, quanto ciò che quell’attaccante può fare una volta dentro. E molto spesso può fare troppo.
Qui entra in gioco una disciplina che negli ultimi anni sta diventando centrale nella sicurezza moderna: l’access governance.
Il vero rischio: privilegi accumulati nel tempo
Le organizzazioni digitali sono sistemi complessi, stratificati e in continua evoluzione. Nuovi applicativi vengono introdotti, i team cambiano, i progetti si moltiplicano, i fornitori entrano ed escono dall’ecosistema tecnologico aziendale.
In questo contesto, la gestione dei privilegi tende a seguire una logica estremamente pragmatica: si concede accesso quando serve, spesso in tempi rapidi, per evitare rallentamenti operativi.
Il problema è che quasi mai si procede con la stessa rapidità nel processo inverso, cioè nella revisione o nella rimozione dei privilegi concessi.
Il risultato è un fenomeno noto a chi lavora nella sicurezza da anni: l’accumulo silenzioso di autorizzazioni. Utenti che mantengono accessi a sistemi che non utilizzano più, account tecnici con privilegi amministrativi permanenti, applicazioni che condividono credenziali ad alto livello senza una reale tracciabilità.
Nel tempo questo crea una superficie di rischio che non dipende da vulnerabilità tecnologiche, ma da una struttura organizzativa degli accessi che non riflette più la realtà operativa dell’azienda.
Sicurezza come disciplina organizzativa
Quando si parla di sicurezza informatica si tende a pensare immediatamente alla tecnologia: firewall, sistemi di rilevazione delle intrusioni, strumenti di monitoraggio avanzato. Tutti elementi indispensabili, ma non sufficienti.
La gestione degli accessi, infatti, è prima di tutto una disciplina organizzativa.
Significa definire in modo chiaro chi può fare cosa all’interno dei sistemi aziendali, sulla base di ruoli, responsabilità e funzioni operative. Significa stabilire regole coerenti con i processi aziendali e assicurarsi che tali regole siano applicate e verificate nel tempo.
In altre parole, la sicurezza non si limita a bloccare l’esterno, ma deve essere progettata per governare l’interno.
Questo approccio implica un cambio di prospettiva importante. Non si tratta semplicemente di controllare gli utenti, ma di disegnare un modello di accesso che sia coerente con il funzionamento reale dell’organizzazione.
Il ruolo della segregazione dei compiti
Uno dei principi più solidi nella gestione degli accessi è quello della segregazione dei compiti, spesso indicato con l’acronimo SoD (Segregation of Duties).
L’idea è semplice, ma estremamente potente: nessun individuo dovrebbe avere la possibilità di controllare interamente un processo critico.
In un sistema ben progettato, le responsabilità sono distribuite in modo tale che attività sensibili richiedano il coinvolgimento di più ruoli o di più livelli di autorizzazione. Questo riduce drasticamente il rischio di errori, abusi o manipolazioni non rilevate.
La segregazione dei compiti non è solo una misura di sicurezza, ma anche uno strumento di governo organizzativo, perché obbliga l’azienda a definire in modo chiaro le responsabilità operative e i confini tra i diversi ruoli.
In contesti complessi, come quelli regolati da normative stringenti o da requisiti di compliance avanzata, questo principio diventa un elemento fondamentale dell’architettura di controllo.
Il problema degli accessi distribuiti
Un altro elemento che complica la gestione degli accessi è la crescente distribuzione dei sistemi aziendali.
Le organizzazioni moderne operano ormai in ambienti tecnologici ibridi: applicazioni cloud, infrastrutture on-premise, piattaforme SaaS, servizi gestiti da fornitori esterni. Ogni ambiente introduce il proprio modello di identità e autorizzazione.
Se non esiste una strategia di governance centralizzata, il risultato è una frammentazione che rende estremamente difficile mantenere una visione chiara di chi ha accesso a cosa.
In questo scenario, la gestione degli accessi non può più essere considerata un’attività puramente tecnica. Richiede strumenti di orchestrazione, ma soprattutto un modello di governo che integri identità, ruoli e policy in modo coerente attraverso l’intero ecosistema digitale.
Senza questa visione, anche le tecnologie di sicurezza più avanzate rischiano di diventare inefficaci, perché non riescono a compensare una struttura di privilegi disordinata.
Dal controllo statico alla governance continua
Storicamente, molte organizzazioni hanno gestito gli accessi attraverso processi statici: provisioning iniziale dell’utente, assegnazione dei privilegi e controlli sporadici nel tempo.
Oggi questo approccio non è più sufficiente.
Le aziende si muovono in contesti dinamici, in cui i ruoli cambiano rapidamente, i team si riconfigurano, i progetti nascono e si chiudono in tempi sempre più brevi. In questo contesto, la gestione degli accessi deve diventare un processo continuo di revisione e adattamento.
Questo significa introdurre meccanismi di verifica periodica dei privilegi, monitoraggio delle autorizzazioni sensibili, e soprattutto un modello di governance che coinvolga non solo l’IT ma anche le funzioni di business.
Perché l’access governance non riguarda soltanto la sicurezza tecnica. Riguarda la responsabilità organizzativa sulle identità digitali.
Una questione di maturità digitale
In definitiva, la gestione degli accessi è uno dei segnali più chiari del livello di maturità digitale di un’organizzazione.
Le aziende più evolute non si limitano a implementare strumenti di sicurezza. Progettano un modello di identità e autorizzazioni che rispecchi la struttura reale dell’organizzazione, integrando ruoli, processi e tecnologie in un sistema coerente.
Questo approccio non riduce solo il rischio di incidenti. Migliora anche la trasparenza operativa, facilita gli audit, semplifica la gestione della compliance e consente una maggiore agilità nell’introduzione di nuovi servizi digitali.
Perché, in un mondo sempre più interconnesso, la vera sicurezza non nasce dal bloccare tutto, ma dal sapere esattamente chi può fare cosa, quando e perché.
Ed è proprio qui che l’access governance diventa uno degli strumenti più strategici per proteggere il valore digitale di un’organizzazione.
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